That’s IT! Ecco dov’erano finiti i trentenni.

Categories Bologna, mostre
Ruth Beraha, Us (self-portrait), 2018

Uno stream of consciousness dopo aver ritrovato la speranza alla mostra in corso al MAMbo di Bologna.

Sarà perché ultimamente il mondo mi sembra in mano ai nati negli anni ‘90. Da qualche tempo se incontro qualcuno di sveglio, 90% è nato dopo il 1990. Sarà perché da quando uso questa app tutta rosa ho la casa invasa da ‘90ini, e l’altro giorno avevo tra le mani un passaporto di una del ‘97 (sì, pare che sia legale), mentre io ho fatto il mio passaporto solo il mese scorso e l’ho festeggiato come una svolta epocale (non vado da nessuna parte, eh, ma solo il fatto che potrei mi fa sentire un’avventuriera).

Insomma, sarà il fatto che mi sento sola. Dove è finita la mia generazione? Voglio dire, mentre questi girano il mondo, fondano start-up, conquistano le scene musicali mondiali, i trentenni che fine hanno fatto?

Che poi, tristemente, so anche la risposta. La di-chia-ra-zio-ne-dei-red-di-ti. I figli. E chi non ha fatto i figli si è fidanzato perché suo fratello ha appena figliato. Gli addii al nubilato. I matrimoni (presente). C’è chi addirittura è passato anche già dall’altra parte e ora a quelli che si sposano lancia occhiate del tipo “Dai, sei sicuro che vuoi fare sta cosa?” (presente di nuovo). L’Ikea, troppa Ikea. Le buste paga. La depilazione laser. The Crown, con una tisana al finocchio mentre “oh, i vicini fanno una festa” (presente, ovviamente).

Mi ero anche già rassegnata alla triste condizione di noi nati negli anni ‘80, noi che ancora dentro, inconsciamente, ci stiamo meravigliando che qualcuno abbia inventato il touchscreen. Mi ero rassegnata al deserto relazionale e alla condizione di continuo essere in aggiornamento, come un buffering costante.

E così, sola, sono entrata al MAMbo per vedere la mostra That’s IT.

Sottotitolo: Sull’ultima generazione di artisti in Italia a un metro e ottanta dal confine.

Il curatore è Lorenzo Balbi, classe 1982, da poco più di anno nominato direttore del MAMbo. Se lo cerchi su Google, in tre quarti delle foto – grazie a dio – sorride.

Il sottotitolo è preso in prestito da una lungimirante poesia di Bruno Munari che nel 1971 diceva: “in italia arte italiana / e a un metro e ottanta dal confine francese? … in italia l’arte ha da essere arte / in polonia arte / l’etichetta verrà dopo”.
E questo è interessante, perché è già in sé una contraddizione. Il concetto alla base della mostra, cioè raccogliere opere di artisti italiani, si autodichiara impossibile. E lo è, chiaramente, nell’arte e nel pensiero se non ancora nella legge, perché il confine non ha più alcun senso da quando si studia e si lavora ovunque e parlare italiano o di Italia è solo una delle cose che si può scegliere di fare tra le mille altre che sono tue allo stesso modo.
Sarebbe stato forse più calzante raggruppare gli artisti per età più che per geografia, ma risultava troppo autocelebrativo, chissà.

Fatto sta che il tratto distintivo della mostra, più che la costante geografica, è la comunanza generazionale.
In cosa consista questa comunanza, è molto difficile da definire.
Siamo venuti dopo la disillusione alla Gabriele Muccino e Brunori sas, ma non siamo ancora nativi digitali. Tra quelli che hanno capito il web, pochi l’hanno sfruttato, alcuni sono già in tribunale (vedi alla voce Mark Zuckerberg).

Però pensiamo. Tanto. E siamo ironici. Per fortuna.

Ruth Beraha, Us (self-portrait), 2018
Ruth Beraha, Us (self-portrait), 2018

La mostra si apre con ironia, infatti: una vasca di piraña che entrano ed escono da un passamontagna fossile e che però sono molto timidi. “Non ti avvicinare perché muoiono di crepacuore”, mi spiega la ragazza che strappa i biglietti e veste un improbabile giacca argentata, che è un’opera anche quella, mi dice tutta felice (felice perché hai 20 anni, fra un po’ vedrai quanto sei contenta quando al lavoro ti costringono a metterti quella roba, penso io).

Giulio Delvè, Polinieri, 2018 e Qualchetesta, 2018
Giulio Delvè, Polinieri, 2018 e Qualchetesta, 2018

Ancora ironia, entrando. Giulio Delvè accosta due sportelli di auto delle forze dell’ordine a comporre la scritta Polinieri e le circonda di testine un po’ primitive con delle scope e dei mochi a richiamare le capigliature distintive dei ribelli, e finalmente sulla situazione underground di Bologna, così osannata e seriosa dagli anni ‘70 a oggi, ci si può fare una risata.

Più avanti Elena Mazzi con Avanzi tocca uno dei temi forse meno indagati e più genuinamente – questa volta davvero – italiani: la permanenza di credenze e superstizioni che sono in totale contrasto con il mondo attuale, ma che di fatto segnano e modificano la vita di intere comunità.
Sceglie di farlo attraverso il doppio mezzo di parole e immagini. Le parole raccontano le credenze popolari di Guilmi, paesino abruzzese di 500 anime, a proposito di guaritori e santi che “non so se ci credo davvero ma lo faccio lo stesso che non si sa mai”. Alle parole puoi anche non credere, alle fotografie devi. Le immagini mostrano una realtà più che attuale in cui le persone che tolgono il malocchio dai capretti hanno le stesse scarpe che vediamo in giro per strada e la stessa luce, le stesse pietre.
Sentiamo il disagio per un mondo che è totalmente fuori da ogni statistica, ma sono le statistiche a sbagliare, e se ci capita di incontrare questo mondo non possiamo fare altro che adattarci, percependone il fascino o coltivando la voglia di scappare.

Margherita Moscardini, 1xUnknown (1942-2018, to Fortress Europe with Love), 2012-2018
Margherita Moscardini, 1xUnknown (1942-2018, to Fortress Europe with Love), 2012-2018. Sullo sfondo la mia amica sorvegliante e dietro di lei Elisa Mazzi, Avanzi, 2015

Alcuni schermi a terra attirano la mia attenzione. Sono paesaggi in alta definizione, inquadrature statiche di strane costruzioni in cemento rese dinamiche dal vento e dai movimenti della natura intorno a loro. Affondo in un pensiero tanto semplice quanto rivelatorio: “ecco perché posso guardare per ore un paesaggio reale e uno dipinto invece solo per un minuto: quello reale si muove”. Per me era già abbastanza soddisfacente così, ma la sorvegliante di sala è la tipica bolognese che ha tanta voglia di aiutare da risultare quasi inopportuna. Mi dice timida: “Scusi, signora!” (e vabbè.) “Legga ben che cosa sono, che poi dopo li capisce meglio e han tutto un altro senso”.
Accetto il consiglio: Margherita Moscardini, l’artista, ha trovato una serie di bunker di cemento disseminati su tutta la costa atlantica, dalla Francia alla Danimarca alla Norvegia, che erano stati commissionati dal Terzo Reich come barriera difensiva e in effetti mai realizzati del tutto, ora trasformati, colorati, abitati, vandalizzati, riutilizzati.
E mentre ringrazio la sorvegliante, penso che il tempo che passa, come il vento, in certi casi rende tutto più calmo e più bello.

Matilde Cassani, A Celebration Day, 2014
Matilde Cassani, A Celebration Day, 2014

In fondo alla sala troneggia il lavoro di un’altra donna (e Dio sa se non dovrei nemmeno fare questa parentesi, ma grazie davvero alle donne che lavorano senza dover sempre passare dal via del “sono una donna, valgo come gli uomini” e semplicemente dicono quello che devono dire, che è la forma più alta di femminismo).
L’opera di Matilde Cassani è semplice e geniale. È una fotografia olografica, credo si chiami così. Tipo quelle che si trovavano nelle patatine che se le giravi a destra erano una cosa, se le giravi a sinistra erano un’altra. Tipo le figurine di lusso, però fatta molto meglio e molto più grande.

L’inquadratura è semplice e quasi asettica, una piazza di un paesino X dell’Emilia, con il suo rossiccio generalizzato, la sua torre e i suoi palazzetti, le persiane, i fiori alle finestre. Se ti metti in un punto il paesaggio urbano è vuoto, completamente, come si è abituati a vederlo la domenica quando anche i vecchietti che giocano a briscola ci paiono un dono del cielo. Se ti sposti, si scatena il Celebration Day del titolo, ovvero il Vaishaki, una sorta di festa del raccolto indiana, e la piazza è invasa dai colori dei sari e ti chiedi se non è più appropriato che la piazza sia piena di persone che festeggiano piuttosto che deserta, e che forse quello che ci sembra autoctono è più contraddittorio dell’estraneo.

The Cool Couple, Emozioni Mondiali, 2018
The Cool Couple, Emozioni Mondiali, 2018

E parlando di autoctono, nella sala successiva gli uomini – questa volta – flirtano con una cosa che sì è veramente italiana e sì è veramente quotidiana, e pure popolare proprio nel senso di pop (molto di più delle zuppette della Campbell che chi le hai mai mangiate, veramente).

Angelo Licciardello e Francesco Tagliavia rappresentano la grande delusione nazionale dell’essere stati esclusi ai mondiali con una delle tecniche più epiche di tutti i tempi, l’arazzo, mentre Niccolò Benetton e Simone Santilli, in arte The Cool Couple, modificano un gioco per PlayStation facendo sfidare tra di loro sul campo di calcio i più grandi movimenti artistici di sempre.
Ragazzi, non so dire se quello che avete fatto sia artisticamente rilevante, ma mi avete regalato la risata più inaspettata del 2018, grazie (per la cronaca: Neoclassicismo ha battuto Fluxus 2 a 0. Non mi ricordo chi ha segnato). Il duo racconta l’opera qui.

Danilo Correale, We are making history, 2010
Danilo Correale, We are making history, 2010

Sempre verde è l’opera di Danilo Correale. Con tre schermi e tre inquadrature collegate mostra il processo di ripresa del Chromakey. Sostanzialmente sono due cameraman che fluttuano riprendendo un telone verde che poi diventerà presumibilmente un’altra immagine. Probabilmente quest’opera aveva un senso che non ho colto, ero troppo presa dalla solidarietà generazionale e ci ho visto dentro l’esaltazione di poter finalmente accedere a giocattoli supersofisticati, anche in maniera piuttosto seria perché è il tuo lavoro, però sotto sotto che figata!

– Avevo fatto una deviazione verso la sala centrale perché il percorso verso l’ala laterale mi era precluso da due bambini urlanti, altro disagio che tolleravo tranquillamente fino a qualche anno fa ma ora ho voglia di prendere per le spalle i genitori o babysitter che siano e chiedere loro: perché?? perché lo fai?!? –

Supero le tonsille ambulanti e arrivo sul lato destro dove tre opere attirano la mia attenzione.

La prima è quella di Giulio Squillacciotti Note sopra la Virtù – Materiali per un monologo mai andato in scena. Grandi tele bianche su cui sopra si vedono segni chiari e neri che ricordano palazzi e tavoli da cucina. Da uno schermo molto più analogico che digitale, un uomo recita placidamente un testo di fine Ottocento, filosofico. Parole desuete. Disegni diretti e semplici che scopro essere ispirati a schizzi di un paziente del Regio Manicomio di Collegno. L’accostamento tra filosofia e follia non mi sembra forzato, ma anzi naturale. C’è il sollievo di ascoltare parole antiche e meditate e non le frasi idiote tipo segui i tuoi i sogni – di cui invece è piena la sala precedente. C’è la consapevolezza che la follia è quella cosa lì, lo sai perché anche tu ci sei stato sulla soglia per qualche momento e hai capito che il passo è veramente breve e ora non ti spaventa più. Altro privilegio di avere trent’anni, suppongo.

Alice Ronchi, Majestic solitude (Tempio), 2018
Alice Ronchi, Majestic solitude (Tempio), 2018. Riflessa si vede l’opera di Petrit Halilaj, Moth #11, 12, 13, 14, 15, 2017

Rimango nello stesso stato mentale di profondità senza tempo quando arrivo davanti al tempio di marmo nero di Alice Ronchi. Rischio di sembrare troppo solenne, ma in qualche modo ci ha liberato tutti, usando quel marmo. Ci ha liberato dalla sensazione di poter accedere soltanto a materiali deperibili, oltretutto lamentandocene costantemente, ci ha liberato dall’idea che non possiamo fare più nulla di duraturo e che la fascinazione per l’eterno è solo nostalgia anacronistica. Ci ha liberato dalla plastica, non so se mi spiego bene.

Petrit Halilaj, Moth #11, 12, 13, 14, 15, 2017
Petrit Halilaj, Moth #11, 12, 13, 14, 15, 2017

Nessuna opera meno eterna avrebbe potuto sostenere lo sguardo della poesia dolorosa di Petrit Halilaj, che in Moth # 11, 12, 13, 14, 15 accosta le stoffe popolari del Kosovo, la sua terra, al legno di vecchie cassette e al bianco di spessi fogli su cui ha splendidamente disegnato farfalle. Mi sono guadagnata sguardi di sincero disprezzo le poche volte in cui ho manifestato ad estranei la mia opinione, secondo cui puoi farmi vedere milioni di foto esplicite di persone trucidate, io non farò altro che abituarmi alla visione e per un meccanismo di difesa sottovaluterò la gravità della cosa e mi darà fastidio e vorrò pensare ad altro. Mettimi davanti a un’immagine bella e poetica e io piangerò sempre per te e ti ricorderò per sempre. Magari le opinioni pubbliche si svegliano con le poesie, ci abbiamo mai pensato?

Orestis Mavroudis, Clap Hands, 2010 - in corso
Orestis Mavroudis, Clap Hands, 2010 – in corso

Sto ringraziando il mondo per il fatto che ci sono di nuovo persone con la capacità di comunicare messaggi politici senza gridare, e mi imbatto nel video di Orestis Mavroudis. Un montaggio di sedute del parlamento greco in cui gli interventi sono tagliati e rimangono solo gli applausi. Un applauso dietro l’altro in momento di crisi buia colgono la parte più paradossale della politica contemporanea: l’incapacità di pensare una cosa qualsiasi capace di migliorare la situazione, e contemporaneamente la quantità indecorosa di rumore e apprezzamento e celebrazione di se stessi. Sorriso amarissimo.

Emilio Vavarella, The Google Trilogy - 1. Report a problem, 2012
Emilio Vavarella, The Google Trilogy – 1. Report a problem, 2012

Più avanti, due opere che la critica anni ‘70 avrebbe chiamato “parte della denuncia contro la mercificazione della vita moderna” e invece no. Esattamente come nella vita moderna vera utilizzano prodotti di aziende che conosciamo tutti e li integrano nella propria vita, perché è naturale e lo facciamo tutti, a meno che non siamo super ricchi e non viviamo allo stato ferino nelle campagne della tenuta di famiglia. Quello che non facciamo tutti, invece, è cavarne fuori una forma estetica che sappia comunicare qualcosa e che sia anche bella da vedere, ed ecco perché ci sono gli artisti.

Quasi piango davanti all’opera di Guendalina Cerruti Sniglar II, costruita con le più basiche asticelle IKEA a cui ha appeso due grandi porta-abiti. Sui porta-abiti, uno per lui e uno per lei, immagini di caseggiati normalissimi e anonimi in due città diverse, mi sembra, resi affettivamente rilevanti dalla vita quotidiana che ci passa attraverso, dalle foto, dai letti singoli, dalle app per imparare le lingue quando si è soli in un paese straniero. Amore ai tempi delle compagnie low-cost.

Invece quando leggo il cartellino di The Google Trilogy di Emilio Vavarella penso: “eddai, che stronzata, non avevi proprio di meglio da fare che metterti a guardare i bug di Google Street View?”. Poi mi perdo nelle immagini e le trovo splendide di per sé e ancora più splendide accostate l’una all’altra. Misteriose, ironiche, quasi più reali delle reali.

Invernomuto, Vers l'Europa deserta, Terra incognita, 2017
In alto, Invernomuto, Vers l’Europa deserta, Terra incognita, 2017 e l’intero di Emilio Vavarella, The Google Trilogy – 1. Report a problem, 2012

Dev’essere il potere della bellezza, lo stesso potere che mi tiene incollata al video del duo Invernomuto, Vers l’Europa deserta, proiettato su un grande schermo con le proporzioni di uno smartphone, e quindi verticale. Due ragazzi vestiti da banlieue girano per Parigi e si annoiano nei musei, generando immagini costantemente belle, azzerando di fatto il contrasto tra la bellezza del passato e quella del presente, semplicemente rendendo il presente degno del passato.

Queste sono le opere che mi hanno parlato, ma non sono tutte. Ci sono splendide riflessioni sulla condizione dei migranti, così sensate e pensate che fanno riprendere il respiro dopo le giornate a inghiottire le facebookate di Salvini e dei contro Salvini.
C’è anche un’interessantissima riflessione su Milano 2 e su come è nata l’era di Berlusconi, che è un capitolo che sarebbe ora di aprire.
Gli artisti coinvolti sono 56, sono sicura che mille altri pensieri possono essere formulati nella Sala delle Ciminiere del MAMbo, sarei curiosa di conoscere i vostri, se ci andrete.

Uscendo, la stessa ragazza vestita da alieno argentato mi porge un foglio da compilare. Sempre un artista, Marco Giordano, mi chiede di scrivergli come sto.
Sto meglio, Marco, che ti posso dire? Sto meglio, grazie.

 

Per una scrittura più informata della mia e certamente più professionale, potete leggere l’articolo di Emanuela Zanon su Juliet Art Magazine.

Chiedo scusa per le foto.

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