Perché non dovresti perderti “Bill Viola: Rinascimento Elettronico”, in mostra a Firenze

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Una mostra capace di mettere pace tra l’arte contemporanea, quella rinascimentale e lo schermo del tuo telefono.


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Si intuisce già dall’ingresso che non sarà una mostra come le altre.
Nella prima grande sala di Palazzo Strozzi non si vede nulla se non uno schermo molto grande, al centro. Intorno è tutto buio e non si può fare a meno di pensare, con un piccolo respiro di sollievo: “Finalmente una mostra in cui si vedono le opere, non i visitatori.”

Se sei riuscito ad entrare in una giornata di poca affluenza, magari infrasettimanale, la sensazione non ti abbandona fino all’uscita. A un certo punto comincerai anche a sentire il rumore dei tuoi pensieri.

Sul primo schermo si vedono una figura umana e delle fiamme. Dall’altro lato lo stesso uomo e acqua scrosciante. Elementi così primordiali che sembrano dirti: “Ora lascia perdere tutti i pensieri che affollano la tua testa, lascia che siano cancellati dall’acqua e dal fuoco. Respira.” (The Crossing, 1996)

E funziona: il ritmo rallentato delle immagini, seppur leggermente fastidioso inizialmente, una volta accettato aiuta ad entrare nella giusta dimensione meditativa.

PONTORMO E L’INQUIETUDINE DEL QUOTIDIANO – THE GREETING

Il ritmo lento si ritrova nella sala seguente, in cui una vicenda di 45 secondi viene espansa fino a diventare una proiezione di 10 minuti. (The Greeting, 1995)
La situazione sembra essere delle più tranquille. Due donne chiacchierano tra loro quando ne entra una terza, incinta, che saluta una delle due e le sussurra qualcosa all’orecchio.

L’atmosfera cupa a metà tra la quinta teatrale e il temporale estivo, l’ambientazione toscanissima ma allo stesso tempo irreale, e il sussurro dilatato che si sente quasi indistinto all’arrivo della terza donna rendono il momento decisamente enigmatico e inquietante. 

Pontormo, La Visitazione, 1528-1529, Carmignano, Pieve di San Michele Arcangelo
Pontormo, La Visitazione, 1528-1529, Carmignano, Pieve di San Michele Arcangelo

La stessa inquietudine avvolge la grande pala di Pontormo, La Visitazione, esposta sulla parete adiacente.
Pontormo è sempre un mistero.
Il faro che illumina la tavola facendola emergere dal buio mostra i colori in tutta la loro brillantezza e in tutta la loro assurda acidità (i colori originali sono tornati visibili dopo un restauro intrapreso nel 2014 in occasione della mostra “Pontormo e Rosso”, sempre a Palazzo Strozzi).
Maria ed Elisabetta, appesantite più che gravide, si salutano amorevolmente davanti a due altri personaggi che sembrano voler rubare loro lo spazio e le fattezze fisiche.
Intorno, l’ambientazione è distante, oltre che irrealisticamente regolare, e due personaggi quasi invisibili sullo sfondo richiamano alla dimensione terrena sottolineando l’estraneità della scena principale.

The Greeting riesce a trasportare quelle sensazioni in un’epoca contemporanea, accompagnando i pensieri dello spettatore dall’ideale al reale.
Il risultato? Non importa se la giovane somiglia a qualcuno che conosci o se l’anziana ha un’espressione familiare, oppure se i loro atteggiamenti ti riportano a qualche episodio della tua vita. Davanti a questo insolito dittico sai che non sei stato il solo a provare questa sensazione di irreale, di inquietante, magari in relazione a un momento che doveva essere felice, come una gravidanza. Prima di te almeno due artisti l’hanno provata così forte da sentire l’esigenza di darle una una forma.

(Per un’approfondimento sulla storia dell’incontro tra Bill Viola e Pontormo puoi leggere questo articolo del blog di Palazzo Strozzi)

L’IMPORTANZA DI ESSERE SCHERMO – THE PATH

Ancora avvolti nell’inquietudine si approda davanti a The Path (2002), un grande video-affresco che ritrae un tratto di una pineta con un’inquadratura unica e fissa.
Tra gli alberi sfilano una serie di persone,
tutte diverse e apparentemente senza nessun tratto in comune.

Sul libretto che mi hanno dato all’entrata della mostra c’è scritto che la pineta è come un mondo sospeso tra il terreno e l’ultraterreno, ma io non ho per niente questa impressione.

Bill Viola, Rinascimento Elettronico, Libretto(A proposito, se per caso sei indeciso su come si pronuncia Bill Viola, se come il colore oppure all’inglese Vaiola, ti basterà dare un’occhiata al libretto della mostra, interamente stampato in toni di viola – copertina, mappa e testi compresi, forse per ricordarci che siamo a Firenze.)

Se la scena non cattura particolarmente l’attenzione, il formato di questa proiezione affascina e ipnotizza. Non è il classico riquadro 3×2 in sezione aurea, ma un nastro lungo 11 metri che sconvolge le aspettative non essendo più video, né finestra, né panorama, ma le tre cose insieme.

In quel momento mi scopro a provare un sentimento di solidarietà per lo schermo del mio telefono.

Mi capita, soprattutto ultimamente, di arrabbiarmi con lui. Lo uso per fare fotografie, per comunicare, per lavorare. È come se fosse diventato la parte attiva di me, e in quanto tale a volte provoca un sentimento di rigetto.
Come se quello schermetto luminoso mi impedisse di focalizzare i pensieri e mi costringesse a pensare piccolo come è piccolo lui. Come se vedessi troppa realtà “telefonizzata”, e troppo poca realtà vera.
Ma davanti a The Path penso: e se fossi io a non capire lui e non il contrario? Se lui non fosse un fastidioso simulatore di natura ma fosse invece parte di un’unica grande famiglia che ha ancora tanto da dire? Se gli schermi non fossero solo modi di ridurre la realtà in due dimensioni ma piuttosto di interpretarla, proprio attraverso il loro essere schermi?

LO SPETTACOLO DELLE STAGIONI UMANE – SURRENDER, FOUR HANDS, CATHERINE’S ROOM

Sembra che i curatori abbiano ascoltato il mio delirio sugli schermi, perché la prima opera della sala successiva (Surrender, 2001) gioca proprio sul meccanismo di percezione di un’immagine riprodotta. Un uomo e una donna si inchinano lentamente uno verso l’altra, ma quando sembra finalmente arrivare il momento del contatto si scopre che ciò che si è osservato finora era soltanto il riflesso delle due figure in uno specchio d’acqua che ora si perde nelle increspature, fino a disgregarsi.

Sulla parete di fronte, Four Hands (2001) mostra la diversa materialità di quattro mani di quattro età diverse.

Bill Viola Four Hands 2001
Le quattro mani di Four Hands, 2001

La grana del video in bianco e nero fa somigliare le mani al marmo, come se fossero state scolpite da Antonio Canova, e confonde la materia viva con quella immobile e – di conseguenza – la vita con l’arte.

Mentre ti chiedi se il marmo può invecchiare, arrivi di fronte alla video-predella Catherine’s Room (2001), posta in relazione, sulla parete di fronte, con la predella di Caterina da Siena fra quattro beate domenicane, di Andrea di Bartolo (1394-98).

Una donna adulta svolge azioni quotidiane in cinque schermi che inquadrano cinque sale, tutte architettonicamente uguali ma arredate diversamente. L’unico contatto con l’esterno è una piccola finestra da cui si intravede il ciclo delle stagioni, e, nell’ultima, il buio della notte. Sembra un riassunto di una vita, in cui il ciclo mattina-pomeriggio-sera-notte si riflette nel ciclo delle stagioni, che si riflette nel susseguirsi delle stagioni della vita.

Eppure in quell’ultima stanza, la quinta, si spezza il ciclo naturale delle cose: è la stanza finale, la notte fonda, la morte.

Scriveva Hannah Arendt:

La mortalità è questo: muoversi lungo una linea retta in un universo dove ogni cosa, qualsiasi movimento faccia, lo fa in ordine ciclico.
(Vita Activa, 1964)

E allora perché arrivare fino all’ultima stanza, perché seguire questo questo ciclo spezzato?
La risposta si trova nell’opera successiva, Emergence (2002): perché ciò che succede nel tragitto ci incanta e ci travolge.

NASCERE E MORIRE: EMERGENCE

Su una parete corre un video in altissima definizione: due donne, una giovane, l’altra meno, piangono ai lati di un altare. Improvvisamente l’altare si rivela essere come una piscina amniotica da cui emerge (da qui il titolo dell’opera) una figura maschile, pallidissima, che subito si accascia tra le braccia della donna di sinistra.
Di fronte, la Pietà di Masolino da Panicale, 1424, un affresco staccato da una chiesetta di Empoli, raffigura un Cristo morto ma stranamente eretto, che offre le braccia al pianto della madre Maria e di Maria Maddalena (o San Giovanni Evangelista, ti sfido a distinguerli se non sei Dan Brown).


In un’intervista (nel video) Bill Viola racconta la storia di come ha realizzato Emergence. Ma più del suo discorso colpisce il suo studio: le pareti sono interamente tappezzate di riproduzioni di opere d’arte, alcune intere, alcune ritagliate, alcune fotocopiate.

Masolino, Pietà
Masolino da Panicale, Tommaso di Cristoforo di Fino, Panicale di Renacci?, Cristo in Pietà, 1424, Empoli, Museo della Collegiata di Sant’Andrea

Molte di queste opere hanno un tema religioso, ma Viola nella sua osservazione trascende dal significato specifico per arrivare al minimo comune denominatore di tutte le religioni: l’intensità della vicenda umana.

Così, nel suo Emergence, lo sfondo blu irregolare richiama l’usura della pittura murale ma perde il simbolo della croce, riportando la scena in una dimensione prettamente e solennemente umana.

È forse questa l’opera in cui il rallentamento del frame rate si mostra in tutta la sua efficacia. Si colgono le espressioni delle due donne in ogni loro minimo cambiamento.
Puoi perderti nell’osservazione dei dettagli, creare una nuova opera personale grazie alla tua personale osservazione dell’opera.

Io non ho potuto staccare gli occhi dalla figura della madre: il momento in cui si rende conto che il corpo del figlio – appena riemerso – è senza vita, mi ha fatto piangere.

LA NECESSITÀ DELLA CATASTROFE: THE DELUGE, INVERTED BIRTH

Mentre ascolti i tuoi pensieri che si fanno spazio nel ritmo lento di Emergence, il flusso della mostra ti accompagna sotto un grande arco. Al di là della porta, un’opera che intende sconvolgere e resettare, ma d’altro canto non ci si può aspettare altro, visto che sopra l’arco è esposto il Diluvio Universale di quel pazzo prospettico di Paolo Uccello (1439-40).

Paolo Uccello, Diluvio Universale e recessione delle acque, 1439-40, Firenze, Santa Maria Novella. Oltre la porta: Bill Viola, The Deluge, pannello 3 di 5 di Going Forth By Day, 2002.
Paolo Uccello, Diluvio Universale e recessione delle acque, 1439-40, Firenze, Santa Maria Novella. Oltre la porta: Bill Viola, The Deluge, pannello 3 di 5 di Going Forth By Day, 2002.

Se non lo era già stato finora, ti sarà chiaro ora il motivo per cui ti ho consigliato di visitare la mostra in un giorno non affollato: The Deluge dura 34 minuti e mezzo e ci sono solo due piccole panchette per sedersi a guardarlo.

Ma vale la pena, assolutamente, vederlo nella sua interezza. L’inquadratura è fissa sull’entrata di un palazzo piuttosto signorile, bianco, e diversi personaggi attraversano lo spazio da sinistra a destra e da destra a sinistra, scendendo e salendo le scale del palazzo.
Passati i primi dubbi sul perché stai guardando una strada apparentemente normalissima, il movimento continuo comincia a diventare ipnotico. Cominci a immaginarti le vite di queste persone, ognuna con il suo stile di cammino, ognuna con i suoi oggetti che più o meno faticosamente si porta addosso.

Poi il ritmo si fa più veloce, le persone cominciano ad affrettare il passo, corrono e improvvisamente dalle porte e dalle finestre del palazzo erompe un’enorme quantità d’acqua (il diluvio, appunto) che spazza via tutto e tutti e riporta la strada allo stato iniziale.

Nonostante la tragicità della vicenda non si rimane del tutto atterriti dal Diluvio di Bill Viola. C’è qualcosa di estremamente vitale in tutta quell’acqua.
Come quando dicono che sognare l’acqua sia segno di un cambiamento imminente nella propria vita. Più grande è la quantità d’acqua sognata (in forma di pioggia, temporale, o addirittura diluvio), più grande è il cambiamento a cui si sta andando incontro.

L’ambivalenza tra distruzione e rinascita è evidente anche nell’opera successiva, The Inverted Birth, in cui un uomo combatte per la sopravvivenza contro liquidi che lo sovrastano, lo sopraffanno e nello stesso tempo lo purificano e lo rinforzano.

L’ARTE NELL’EPOCA DELLA SUA IRRIPRODUCIBILITÀ TECNICA: MAN / WOMAN

Riemersi dal diluvio, rientrati dalla metamorfosi, ci si rivolge all’ultima opera: seria, elegante e profonda come il nero puro. 

Prima di entrare a vederla, Adamo ed Eva di Lucas Cranach (1528) con i loro nudi dorati emergono da uno sfondo nero molto poco fiorentino. 
Il rinascimento toscano è quasi interamente dipinto su toni chiari, pastello, fondamentali per far risaltare le linee intellettualistiche del disegno. Il nero, i colori carichi e i contrasti sono appannaggio dei veneziani, se non, appunto, dei nordici.
Non si può fare a meno di notarlo, quindi, dopo essersi riempiti gli occhi di opere diafane fiorentine.

Bill Viola, Man/Woman, 2014 e Lucas Cranach, Adamo; Eva, 1528, Firenze, Galleria degli Uffizi (foto: blog.palazzostrozzi.org)
Bill Viola, Man/Woman, 2014 e Lucas Cranach, Adamo; Eva, 1528, Firenze, Galleria degli Uffizi (foto: blog.palazzostrozzi.org)

Si entra poi nell’ultima saletta e compaiono un uomo e una donna, nudi, anziani, che guardano lo spettatore e con una torcia elettrica ispezionano ogni centimetro del loro corpo. Arrivati in fondo, virano verso il bianco e il nero e si dissolvono.

Il concetto dell’opera è certamente potente, le tematiche basiche del ciclo della vita sono affrontate con l’originalità e l’onestà che abbiamo imparato a riconoscere in Bill Viola, ma ciò che rende quest’opera indimenticabile è la tecnica.
Le figure sono proiettate su una lastra di granito nera che ha la capacità di creare due effetti assolutamente mai visti: una grana naturale che si confonde con l’immagine proiettata e richiama la materialità del corpo umano (e quindi la sua deperibilità), e infine il nero assoluto dello sfondo.

Poiché si usa proiettare su schermi bianchi per non scurire il resto dei colori, il nero di solito rimane un bianco su cui non è proiettata alcuna luce. Oppure, ancor peggio, sugli schermi luminosi il nero è tale solo in assenza di impulsi di luce, quindi in sostanza, e non sempre, a schermo spento.
Vedere un’immagine proiettata sul nero puro è un’esperienza unica. 
Nobilita le due immagini dei personaggi che pur essendo nudi e anziani risultano solennemente eleganti, Ti preparano con serietà e spirito di accettazione ad affrontare ciò di cui si è parlato fino ad ora: quello che sta fuori dalla porta d’uscita.

(In tasca, il mio telefono sa che con i suoi miseri megapixel non può competere con i video in alta definizione sulle lastre di granito, ma è contento di avere un cugino in America che fa grandi cose.)


Il percorso espositivo continua al piano di sotto, negli spazi della Strozzina, con un focus sulla sperimentazione nella video arte di Bill Viola incentrato sugli anni Settanta, anni in cui l’artista ha vissuto e lavorato a Firenze.

Stai pensando di andare a vedere la mostra? Scarica la versione PDF di questo articolo.

INFO PRATICHE:

La mostra Bill Viola, Rinascimento Elettronico è aperta fino al 23 luglio.

Palazzo Strozzi si trova in Piazza Strozzi, dietro Piazza della Repubblica. (Se arrivi dalla Stazione di Santa Maria Novella, la strada migliore è quella che passa davanti alla chiesa di Santa Maria Novella, appunto. Attraversi la piazza in lunghezza e prendi a sinistra Via delle Belle Donne, o Via del Sole, o Via Spada)

Orari: tutti i giorni (festivi compresi) 10.00 – 19.00, il giovedì 10.00 – 23.00

Biglietti: L’intero costa 12 €, il ridotto 9,50€. C’è un biglietto congiunto che allo stesso prezzo consente l’ingresso anche al Museo dell’Opera del Duomo e al Battistero di San Giovanni: se ti interessa, ricordati di richiederlo!

Audioguida: costa 5 €, all’ingresso distribuiscono gratuitamente un libretto informativo piuttosto dettagliato.
Per tutte le informazioni su orari e biglietti consulta il sito di Palazzo Strozzi.

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