Figli illegittimi e giovani artisti: Palazzo Magnani Salem

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Un’ora di arte pura (e qualche pettegolezzo): piccola guida a uno dei Palazzi più belli della città


Capitano anche a voi quelle giornate in cui si ha voglia di un po’ di bellezza pura, quella bellezza stile “Cappella Sistina”? Magari in un periodo particolarmente difficile, o anche solo dopo un viaggio in autobus in una giornata di pioggia: qualche soffitto ben dipinto è capace di rimetterci in pace con il mondo!

Bologna non è una città semplice da questo punto di vista: non ci sono grandi cupole o gallerie, la bellezza bolognese è sommessa e terrosa. Ma, come si dice… chi cerca trova!

Il palazzo che vi propongo oggi è proprio perfetto per una coccola artistica: pieno centro, artisti importanti (anzi, direi i più importanti), affreschi davvero stupendi e anche storie succose e divertenti da raccontare e raccontarci mentre stiamo con il naso all’insù.

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foto: Unicredit

La visita al Palazzo Magnani dura circa un’ora, il mio consiglio è di farla in mattinata, perché la luce è nettamente migliore. Prima di andare telefonate all’Unicredit che gestisce Palazzo Magnani per assicurarvi che le sale non siano occupate (clicca qui per il numero – potrebbe essere difficile entrare nei weekend, è meglio sfruttare i giorni di apertura della banca).

Palazzo Magnani Salem si raggiunge da via Zamboni, partendo dalle torri lo troviamo dopo un centinaio di metri sulla sinistra, proprio davanti a Piazza Rossini, su cui si affacciano San Giacomo Maggiore e il Conservatorio.

(Puoi stampare questa pagina e portala con te durante la tua visita!)


La posizione del Palazzo ci introduce già alla nostra storia.
Se ci piazziamo nell’ultimo tratto di portico prima della piazza e diamo un’occhiata d’insieme alla strada, vediamo il porticato di San Giacomo, che era la chiesa – per così dire – “di famiglia” della casata dei Bentivoglio. Poco più in là, Piazza Verdi e il Teatro Comunale, costruite sulle rovine del rinascimentale Palazzo dei Bentivoglio.
Via Zamboni, infatti, allora Strada San Donato, era il cuore pulsante del regno dei Bentivoglio quando tra il 1401 e il 1506, pur tra alterne vicende, furono signori della città. Avere un palazzo in questa strada significava dunque essere loro alleati, se non quasi di famiglia (oppure essere loro nemici giurati in cerca di tafferugli come i Malvezzi, ma questa è una storia tutta diversa…).
I Magnani non facevano eccezione: erano piuttosto umili, portavano nel nome il mestiere che facevano per campare (magnano è il fabbro in italiano arcaico), ma avevano la fortuna di godere della protezione dei Bentivoglio, e ottennero un’abitazione sulla loro strada.

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foto: primapaginaonline.it

Ma le sorti dei signori, si sa, cambiano come il vento. Nel 1506 i Bentivoglio furono cacciati quasi a sassate dalla città, e il potere passò nelle mani di Papa Giulio II. Per i Magnani cominciarono anni decisamente difficili durante i quali furono relegati nell’ultimo gradino della società. Impiegarono ben 70 anni a risorgere, ma quando ci riuscirono risorsero alla grande!

Nel 1577, dopo che il cugino Vincenzo si era distinto nell’esercito di Papa Sisto V, Lorenzo Magnani entrò a far parte del Senato cittadino e decise di riprendersi il suo posto in città. Letteralmente. Iniziò infatti il rinnovamento del palazzo di famiglia, in via Zamboni, e per rimarcare la sua nuova posizione pose alla fine dell’infilata prospettica del portale e del cortile (ora coperta da una vetrata che ha creato un ambiente chiuso) una statua molto significativa.

Entriamo nel palazzo e andiamo a vederla, attraversando il cortile.
Nei libri si trova scritto che il soggetto è Ercole-Priapo, che è un modo carino per dire che non si sa se sia uno o l’altro. Oppure, ed è molto più plausibile, il raffigurato è proprio lo stesso Lorenzo Magnani, o quantomeno una versione super-muscolosa di Lorenzo Magnani, con alcuni attributi di Ercole e alcuni di Priapo. Quelli di Ercole sono semplici a individuarsi: stringe in mano una clava nodosa, e sfoggia muscoli possenti. Quindi Lorenzo sta cercando di dirci (o meglio di dire ai bolognesi dell’epoca) che lui era forte quanto Ercole. Gli attributi di Priapo (dio minore antico famoso per la lunghezza del suo pene) sono nascosti da un panno, ma ugualmente abbastanza evidenti. Quindi non solo della sua forza fisica e della sua forza politica Lorenzo era orgoglioso… Ma perché sottolineare questo aspetto in maniera così esplicita, e proprio di fronte all’ingresso di casa?
Insomma, potrebbe essere considerato un gesto non proprio elegante…
Ci suggeriscono la risposta gli altri due piccoli personaggi scolpiti dietro Lorenzo, e che Lorenzo sembra proteggere. Il bambino in primo piano infatti è suo figlio, avuto dalla moglie dopo anni di tentativi falliti. Se guardiamo bene però, nascosto dietro al primo c’è un altro bambino, completamente in ombra: è il figlio primogenito, illegittimo, che Lorenzo aveva avuto da una concubina quando temeva di non riuscire a perpetuare la stirpe. Di entrambi i figli, Lorenzo era felice e orgogliosissimo, come si capisce dall’iscrizione sul basamento: FELICITATI PRIVATAE, alla felicità privata.

La celebrazione di questo personaggio così particolare continua al piano di sopra, dove è conservato uno dei capolavori della pittura bolognese di fine ‘500: il Salone dei Carracci.

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Autoritratto, Annibale Carracci. Parma, Galleria Nazionale

Tre cugini, figli di un macellaio e di un sarto, cresciuti a pane e sanguigna nei vicoli dove la gente lavora e forse una volta al giorno mangia, Ludovico, Annibale e Agostino Carracci erano tre pittori innamorati della vita.
Quella vita che cercavano di catturare nei loro dipinti, dimenticando (pur dopo averla imparata bene) tutta la tecnica e i virtuosismi che avevano dominato l’arte della generazione precedente.
Annibale, il più geniale dei tre, si era fatto conoscere e amare girovagando per le strade e disegnando macellai al lavoro e manovali in pausa pranzo davanti a un piatto di fagioli.
Ludovico aveva imparato l’arte del dipingere dai veneziani, che dimenticano il disegno e costruiscono le loro tele con i colori sempre più intensi, parlando alle emozioni prima che all’intelletto.
Agostino invece, che amava la poesia quanto la pittura, aveva il compito di studiare i soggetti dei dipinti commissionati e costruire le storie.

Erano i pittori perfetti per Lorenzo Magnani e il palazzo irriverente che stava costruendo.

Lorenzo commissiona ai tre Carracci un ciclo che racconti le storie di Romolo e Remo, i due fratelli che nonostante fossero cresciuti nel bosco allattati da una lupa fondano la più importante delle città: Roma. Naturalmente Romolo e Remo sono nient’altro che Lorenzo e Vincenzo Magnani, alla riconquista della potenza e del prestigio.

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foto: Wikipedia

Il racconto inizia dalla parete del camino, con il riquadro in alto a sinistra: la lupa che allatta i due gemelli.
Il messaggio: “come i Magnani, così Romolo e Remo, pur essendo in realtà di stirpe nobile, iniziano il loro percorso nel più umile dei modi”.
I critici si sono interrogati per decenni sull’autore di questo riquadro, se fosse il virtuoso Ludovico o il geniale Annibale. Solo su una cosa sono sempre stati d’accordo: non si era mai vista prima una tale attenzione per la bellezza del paesaggio, che mai a nessuno era riuscito così realistico. Studiando l’esecuzione hanno scoperto che fu dipinto direttamente sul muro, senza l’aiuto di cartoni preparatori.

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foto: Wikipedia

Il racconto prosegue con le avventure di Romolo e Remo che ritrovano la loro vera famiglia e fondano la città di Roma. Il riquadro con la fondazione di Roma (lo riconoscete subito, è quello con la schiena muscolosa di un aitante futuro romano in primo piano) è – lo confesso – il mio preferito. Ci vedo dentro tutta la passione di Annibale per la vita vera, per le pose naturali dei corpi umani, disegnati mille volte nei suoi studi; per il proprio corpo e per quello delle persone che vedeva svolgere il proprio mestiere nella Bologna di fine ‘500; la passione persino per gli animali, quelle placide mucche che sembrano partecipare alla solennità del momento.

Fondata la città, Romolo e Remo si guardano negli occhi, guardano i compagni e si accorgono di avere un problema. Sono tutti uomini. Nemmeno tra i più raccomandabili. E adesso? Decidono di imboccare la via più facile e semplicemente prendere ciò di cui hanno bisogno, senza chiedere, da veri omini de Roma. E così col favore della notte si introducono nel villaggio vicino e rapiscono le povere Sabine.
Ma da veri omini de Roma hanno anche un codice d’onore, eh sì.
Infatti Romolo prima del misfatto si raccomanda di prenderne soltanto una per ciascuno, e trattarle come si conviene.
Rimane anche vero che i Sabini non si danno tutto sto daffare per riprendersele: attaccano Roma solo nella parete seguente, quella opposta al camino. Sono talmente in ritardo che sono già nati figli tra Romani e Sabine, le quali giustamente cercano di mettere pace e evitare di dover scegliere se vedere sgozzato il fratello o il marito.

Sotto il riquadro campeggia la scritta DISSIDIA COGNATORUM PESSIMA. Cioè: litigare con i cognati è una brutta cosa.
Ecco, a questo punto ci torna in mente la statua al piano di sotto, con i due figli, quello legittimo e quello illegittimo e il messaggio assume tutta un’altra luce. Ci immaginiamo Lorenzo Magnani, che come abbiamo visto aveva una malcelata tendenza al tradimento e deve sicuramente aver fatto arrabbiare qualche cognato, ci immaginiamo Lorenzo che riceve il povero cognato di turno arrabbiatissimo perché la sorella era di nuovo tornata in lacrime a casa della madre, lo porta sotto questo riquadro e gli dice “Vedi? anche i Sabini hanno perdonato i Romani….” e fossi stato il cognato non avrei saputo se infuriarmi ancora di più o stringergli la mano. D’altro canto era pur sempre il committente dei Carracci.

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foto: Wikipedia

Piccola nota di costume: su questa parete troverete due pannelli di legno incastonati nei dipinti. Li riconoscete perché la pittura coi secoli si è fatta più scura. Sono l’equivalente dell’impianto acustico della sala: durante i balli e i ricevimenti venivano tolti, e nella sala entrava la musica che gli orchestrali suonavano nella stanza vicina.

L’amicizia tra Romani e Sabini non dura molto, e infatti poco dopo gli omini de Roma uccidono Tito Tazio, re dei Sabini. Questa volta gli dei si arrabbiano e (cambiamo parete) scagliano su Roma una terribile epidemia.

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foto: Wikipedia

E qui, i Carracci hanno un colpo di genio come pochi al mondo, un’operazione di meta-arte che farebbe invida a Lucio Fontana.
Invece di dipingere effettivamente la città colpita dalla malattia, utilizzano l’elemento architettonico della finestra come parte del racconto. Aprendola si svelava la città di Bologna, in quel tempo bersagliata da carestie ed epidemie. Non più la pittura, quindi, racconta la storia, ma la realtà diventa parte della storia.  E per rimarcare il concetto, in lontananza sotto un cielo fiammeggiante si vedono chiaramente le due torri.

Sull’ultima parete Magnani entra quasi all’interno della storia e diventa ancora più sfacciato.
La prima volta lo troviamo sotto l’aspetto di un satiro, subito accanto alla finestra.
Piccolo ripasso di mitologia antica: il satiro è quel personaggio metà uomo e metà capra (o cavallo), che vaga per i boschi suonando il flauto principalmente con due obiettivi: conoscere carnalmente quante più ninfe possibile e sbeffeggiare tutto e tutti.

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foto: Wikipedia

(A proposito! fermatevi qualche minuto ad osservare le figure tra gli episodi. Oltre ad essere di una bellezza quasi commovente, con quelle pose così naturali e quelle ombre quasi tattili, giocano costantemente con il rapporto tra realtà e finzione, fingendo con la pittura figure reali e figure scolpite che sembrano più reali delle reali)

Tornando a noi: che io sappia nessun padrone di casa sarebbe stato lusingato di essere accostato in alcun modo ad un satiro. Nessuno, naturalmente, eccetto Lorenzo Magnani. Per decenza, però, il satiro non ha le sue fattezze fisiche, anzi, è un bel giovane. Di Lorenzo è in un certo senso il portavoce, perché indica con la mano sinistra un cartiglio al di sotto della scena: SENEX IMPRUDENS IOCULARIS : il vecchio imprudente (viene) schernito.

Tanti saluti ai messaggi edificanti, quindi: il vecchio in questione – nella storia di Roma – era un militare nemico che non aveva brillato per capacità strategiche. Fatto prigioniero, viene portato in corteo e sbeffeggiato pubblicamente. Fuor di metafora, il vecchio non è altri che la personificazione del Senato bolognese (la parola Senato deriva proprio dal latino “Senex”, anziano) che aveva compiuto tanti errori e ora veniva pubblicamente smascherato.

Ovviamente l’errore più grave era quello di aver trascurato la famiglia Magnani per tanto tempo!

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foto: Wikipedia

L’episodio successivo ritrae la superbia di Romolo: sconfitti tutti i nemici e domati i Romani, il re si concede qualche libertà. Il rosso del vecchio dell’episodio precedente viene richiamato dal mantello regale di Romolo, che vaga per le strade facendosi bello e esercitando il suo potere assoluto. Nel cartiglio: EX EVENTIBUS SECUNDIS SUPERBIA, dalla fortuna (deriva) superbia.
Normalmente questo episodio viene considerato un monito a chi si trova ad avere fortuna e potere, affinché non indulga in superbia. Romolo dovrebbe quindi essere un personaggio negativo. Dovrebbe, perché nell’episodio successivo accade che il re superbo, lontano dallo subire una punizione divina, viene invece onorato della più grande ricompensa: diventa dio egli stesso. (Inutile dire in chi si immedesima Lorenzo, che come avrete capito non era certo un eroe di modestia e continenza).

Romolo, in armatura da parata, mantello e chioma fluente, appare in sogno al calvo, vecchio e incredulo Proculo per annunciargli la sua ascesa nell’Olimpo e per lasciargli un monito: PRUDENTIA ET FORTITUDO COLATUR: coltivate la prudenza e la forza.
Voi.
Io sono in cielo a spassarmela con Giove che mi ha detto che c’ha un’amica.

Il ciclo termina così, ma sul camino, nel caso vi foste dimenticati la più grande passione del padrone di casa, troviamo una raffigurazione dei Ludi Lupercali, festa romana propiziatoria della fertilità. Siete adulti e vaccinati e non ve la devo descrivere io: vi faccio notare soltanto che dietro il pozzo ci sono due bambini, forse gli stessi figli di Lorenzo che avevamo visto scolpiti dietro la gamba di Ercole-Priapo all’ingresso.
Insomma, Lorenzo ci tiene a farci sapere che sa come nascono i bambini. 

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La visita è finita, possiamo tornare nella città che per fortuna non è più bersagliata da epidemie e carestie come al tempo dei Carracci.

Cosa abbiamo imparato?

  • che non sempre, dietro a un argomento “scolastico” come la storia della fondazione di Roma, si nascondono messaggi altrettanto “scolastici”.
  • che i Carracci erano maledettamente bravi
  • che la sfacciataggine non ha età
  • che litigare con i cognati è una brutta cosa.

Alla prossima!

2 thoughts on “Figli illegittimi e giovani artisti: Palazzo Magnani Salem

  1. Ah ah ah, è la migliore visita guidata (virtuale) che io abbia mai fatto in vita mia. Finalmente qualcuno è riuscito ad appassionarmi alla pittura dei Carracci.

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