Il più piccolo, strano, emozionante Museo della città. (E il Museomix che me l’ha fatto scoprire)

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Piccola guida emotiva al Museo Tolomeo.


Si chiama fieramente “Istituto dei ciechi”, ed è un istituto come quelli che si immaginano nelle favole, l’Istituto Cavazza, un po’ alla Dickens. Soffitti alti, porte imponenti, portineria, scale e corridoi. Se non fosse che prima di entrare c’è un piccolo “toc, toc, toc” che esce da un’altoparlante che somiglia a un campanello, e si capisce subito che c’è qualcosa di insolito, perché il campanello di solito lo suoni tu, e questo invece suona a te, ed è strano.

Poi magari sei entrato per vedere un museo e invece ti ritrovi in una stanza. Buia, o quasi. Fai quattro passi e partono dei suoni e dei rumori. Niente quadri, né sculture, poche immagini. Nessuna atmosfera forzatamente “culturale”, quella strana cosa per cui dentro un museo la luce dev’essere sempre diafana bianca irreale e devi parlare piano, e non ho mai capito perché. (Non è che le opere si scandalizzano se parli forte, insomma ci saranno abituate, dopo secoli di vita nelle strade o nelle chiese, in mezzo alla gente, magari gli manca pure, un po’ di casino)

La prima impressione al Museo Tolomeo, quindi, è di essere finiti in un posto quantomeno strano. E anche un po’ fastidioso, all’inizio, perché fatichi a raccogliere i pensieri con quel buio e quei rumori.

Ci metti un po’ a capire che non sei lì per imparare qualcosa, ma per imparare come si impara.

Museo Tolomeo

Poiché il rumore è la prima cosa che ti sorprende, Fabio Fornasari (ideatore e curatore del museo con Lucilla Boschi) di solito lo dice: “Per chi non vede, una cosa comincia a esistere dal momento che fa rumore, altrimenti non esiste”.

E io penso fortissimo: “Cavolo, io invece il rumore lo fuggo sempre, scrivo per non telefonare, mi prende un colpo se una porta sbatte, se sento un rimbombo mi spavento e se c’è casino mi metto le cuffie. Di cosa ho paura, in realtà?”

Al centro della stanza c’è un tavolo, lo puoi guardare (e sembra un’ameba), ma puoi anche farti guidare dai suoi bordi, perché scivola, entra, riesce, rientra e ti porta a scoprire cosa c’è sopra la sua superficie.

E poi, solo quando hai preso un po’ di confidenza con l’ambiente e il rumore non ti dà più fastidio ma quasi ti coccola, capita che ti decidi a muovere le mani e cominciare a toccare.

museo tolomeo

Macchine da scrivere con solo sei tasti che bucano fogli, registratori che parlano, grate da bucare per scrivere. C’è persino un aggeggio che scansiona con una lucetta le lettere su un foglio, e te le restituisce sotto forma di vibrazioni sul dito.
C’è una macchina degli anni ’80 che legge i libri. Tu li metti come in una fotocopiatrice e una voce metallica  li legge. Kurzweil, che l’ha inventata, nel mondo è conosciuto per i suoi studi sull’intelligenza artificiale, ma per l’Istituto Cavazza resterà sempre quello che ha inventato la “lavatrice”.

Sono oggetti che – dicono – per chi non vede e ha una certa età funzionano un po’ come le Madeleine di Proust, li riportano di botto a sensazioni del passato. Come per noi prendere in mano un game boy, o le pallette-joystick del Pac Man del mare, ve le ricordate?

A tutti, ricordano il ruolo principale della tecnologia, quella lontana utopia per cui era nata: allargare le porte di accesso alla conoscenza.

Museo Tolomeo -strumenti da toccare

In un’insenatura del tavolo-ameba ci sono dei libri, vogliono raccontare una città attraverso immagini, parole, e racconti tattili fatti da sovrimpressioni plastiche sulla pagina scritta. Ma le righe da toccare non ricalcano le fotografie, non ci assomigliano nemmeno.
“Per dare a un non vedente la concezione di un luogo, di un oggetto o di un’immagine – mi spiega Fabio – bisogna scomporre quell’immagine in pezzi e riportarli a qualcosa che ha già conosciuto grazie alla sua esperienza. Magari non conosce una piazza d’armi ma sa cos’è una scacchiera e dove stanno le torri. Non può vedere le vie che si dipanano da Porta Ravegnana, ma sa cos’è un ventaglio e può immaginarselo. Hai capito?”

Sì che ho capito, penso. Sono una guida, e faccio una cosa simile anche per chi vede: racconto una cosa sconosciuta e la collego a ciò che già sai, a quello che provi e che ricordi. Ti racconto una storia che potrebbe essere la tua.
Perché puoi passare davanti a mille opere d’arte (o a mille persone) ma non le vedi veramente finché non ti dicono qualcosa, finché non… fanno rumore.

L’avventura del Museomix al Museo Tolomeo inizia così: trenta persone dentro una stanza con le orecchie tese, le mani curiose, la bocca chiusa e il bagaglio di pensieri sul mondo dei non vedenti completamente azzerato. 

Museomixers

Da quel momento in poi, per tre giorni, il silenzio me lo sono dimenticato.
È iniziata la maratona creativa: designer, comunicatori, maker, esperti di contenuti, programmatori, tutti al lavoro per creare qualcosa che potesse somigliare all’esperienza appena avuta dentro la piccola stanza del Museo Tolomeo.

Eravamo persone davvero diverse, atterrate dai mondi più disparati. Ci siamo divertiti, impegnati, persi e ritrovati, abbiamo pensato, proposto e scartato, realizzato, condiviso, fatto sul serio, cambiato idea, trovato espressione alle nostre idee con strumenti di altri, dato vita alle idee di altri con i nostri strumenti, creato, incollato, progettato e stampato in 3D.  

Alla fine sui quattro tavoli c’erano quattro prototipi di oggetti, ognuno con l’obiettivo di mostrare un aspetto diverso del Museo Tolomeo.

C’era una mappa multisensoriale, che invitava a esplorare la città attraverso i suoi suoni, i suoi odori e suoi profumi – i terreni comuni tra vedenti e non vedenti; un tolocomando, con 6 pulsanti come l’alfabeto Braille, che guidava all’interno del museo portandoti a esplorarlo attraverso le proprie emozioni; un’esplorazione del codice Braille, 6 punti che combinati insieme diventano note, numeri, lettere, e oltre a impararli ci si può giocare, ed è un sacco divertente; e infine un mappa emozionalel’undicesima porta di Bologna: se ci passi sopra col dito ascolti una voce che racconta i luoghi, per farteli realmente “vedere” e ricordare, poi.

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Alla fine di tutto, dopo tutta questa euforia percettiva, resta chiara in mente una cosa: se vuoi conoscere e sai imparare sei già a metà del lavoro.

Perché chiacchierando con un non vedente finisci inevitabilmente per fare di sì con la testa, e ti senti un po’ stupido. Perché ognuno ha la sua storia, e non si può chiudere una persona dietro a una parola credendo di sapere chi è. Perché i mondi sono infiniti e mutevoli e puoi viverne soltanto alcuni se sei fortunato, ma se non ti approcci con le orecchie di un bambino finirai per non conoscere nemmeno il tuo.

Ecco a che cosa servono le iniziative culturali, quando vengono bene. Ad aprire gli occhi, o le orecchie, o le mani, e a percepire che il mondo è grande, forse è inspiegabile, ma non finisce mai di stupirti e se vuoi veramente essere libero devi spogliarti dei tuoi schemi mentali e aprirti al mondo.

Fa paura ma è bellissimo, e in fondo, non è altro che il vero insegnamento del Museo Tolomeo: è la conoscenza – quella vera – la conoscenza di altri mondi oltre al tuo, che ti rende davvero libero.

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I prototipi saranno in mostra fino al 26 novembre all’Istituto Cavazza, in via Castiglione 71, Bologna.

Per avere una spiegazione davvero esauriente del museo, puoi leggere questo bellissimo e completo articolo di Paolo Musano

Museomix è un format nato in Francia e importato in Italia da BAM! Strategie culturali. Quest’anno ha avuto luogo contemporaneamente in 5 paesi e 15 città.

Le fotografie di questo articolo sono state scattate da Lorenzo Burlando e le trovate qui.

Il Museo Tolomeo è visitabile su appuntamento, tutte le info qui.

 

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