Il Nettuno: due o tre cose che so di lui…

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Pulito, restaurato, finalmente spacchettato… il Nettuno è tornato!

Il 22 dicembre tornerà finalmente a splendere e a zampillare, con i suoi 34 ugelli d’acqua che non hanno mai funzionato tutti insieme.

Ma cosa sappiamo veramente di lui?
Dopo mesi e mesi di visite speciali sui ponteggi noi guide possiamo dire di averlo imparato quasi a memoria: centimetro dopo centimetro, pietra dopo pietra, bronzo dopo bronzo. E questo è proprio il momento perfetto per scoprire tutto su questo enorme e troneggiante gigantone…

Le iscrizioni sulla vasca: perché, come e quando

Partiamo dal basso, lo leggiamo come una spirale.

Sul fronte della vasca principale, dal lato che guarda Palazzo d’Accursio, si trova la prima delle 4 iscrizioni che raccontano perché, come e quando la Fontana è stata costruita.

L’iscrizione recita: FORI ORNAMENTO, “a ornamento della piazza”. curiosamente, però, per piazza si intende Piazza Maggiore, non Piazza del Nettuno. Nei primi progetti, infatti, il gigante doveva trovarsi proprio al centro di Piazza Maggiore, ma questa idea ebbe vita breve. Piazza Maggiore era sede di rumorosissimi mercati di ogni genere e soprattutto di scatenate feste cittadine. La più famosa era la Festa della Porchetta, in cui tutto il popolo si radunava ai piedi di Palazzo d’Accursio tentando di afferrare i pezzi dell’enorme porchetta lanciati dalle finestre del palazzo.

A volte il “Crescentone” di allora diventava la scena di un teatro, altre volte un campo sportivo; si racconta ancora di quando allestirono una grande piscina per inscenare addirittura una battaglia navale.

Immaginatevi che fine avrebbe fatto il povero Nettuno…

In piazza si riunivano le folle anche quando accadeva qualcosa legato a una legge: dalle finestre del Palazzo Comunale, dove adesso si affacciano i novelli sposi, venivano proclamati i nuovi bandi, mentre intorno al Palazzo del Podestà si assisteva alle feroci punizioni di chi invece le leggi non le rispettava.
Per esempio, tornando al Nettuno, se qualcuno veniva trovato a lavarsi nella vasca della fontana veniva punito con ben 50 tiri di corda: gli legavano le mani con una corda e la tiravano più volte (come una campana…) fino a quando al malcapitato non si slogavano entrambe le spalle. 

Questa terribile usanza ci porta alla seconda iscrizione: POPULI COMMODO, cioè “per la comodità del popolo”. Ufficialmente infatti la fontana doveva essere utile alla popolazione, che poteva attingervi liberamente l’acqua, ma l’amministrazione cittadina si trovò a fronteggiare sempre più spesso il problema di chi utilizzava la fontana per ben altri scopi. Bandi ripetuti e sempre più severi minacciavano chi faceva un uso improprio dell’acqua del Nettuno, e come spesso accade, più una legge è ripetuta, meno è rispettata: per anni le vasche della fontana vennero utilizzate nei modi più disparati, per lavare le verdure che vendevano al mercato, per lavarsi, spesso anche come vespasiano (e in tal caso le pene erano davvero severissime). Decisero così di recintarlo e dal 1604 al 1888 la vasca principale rimase dietro a un’alta cancellata di ferro. Per permettere ai cittadini l’accesso all’acqua vennero costruite quattro fontanelle ai quattro angoli della cancellata, di cui rimane soltanto quella di nord-est.

Il problema dell’accesso all’acqua era stato per molti secoli il principale problema della città: il fiume Reno scorreva lontano dal centro abitato, i canali erano sempre piuttosto luridi e l’unico torrente che entrava nelle mura, l’Aposa, era poco affidabile in quanto a portata e veniva spesso utilizzato come scarico. Dell’acqua corrente neanche a parlarne: dopo i Romani, che erano riusciti a portare l’acqua addirittura in alcune case private, si era del tutto perduta la conoscenza sugli acquedotti. L’unico modo per avere acqua pulita era pagare qualche acquaiolo: erano loro ad avere accesso ai condotti che provenivano dall’unica fonte di acqua pulita, la Fonte Remonda.
Il bisogno di acqua era talmente sentito che nessuno disse niente quando la fontana fu realizzata con i soldi pubblici. La terza iscrizione recita infatti AERE PUBBLICO – con il rame pubblico, con le monete pubbliche. (In realtà, spiace dirlo, queste monete pubbliche non c’erano mai state: il Nettuno fu la prima esperienza di debito pubblico nella città di Bologna.)
La quarta iscrizione ci svela l’anno di costruzione, il 1564, data importantissima, su cui torneremo più tardi.

Fontana del Nettuno Bologna

Gli stemmi: personaggi e interpreti

SPQB, Senatus PopulusQue Bononiensis: è scritto sul primo dei quattro stemmi nel basamento della statua, sul lato verso Piazza Maggiore. La Fontana è a Bologna ed è pubblica, fin qui niente di nuovo.

Eppure, nella decisione della sua costruzione, il Senato Bolognese ebbe davvero poca voce in capitolo. Chi prendeva le decisioni in quel momento erano altri, e i loro obiettivi erano ben lontani da quella “libertas” che campeggia sullo stemma della città di Bologna.

I veri protagonisti sono infatti i proprietari degli stemmi sugli altri tre lati, un po’ dietro le quinte… li scopriamo in senso antiorario.

Se ci spostiamo sul lato di Palazzo del Podestà vediamo una tiara e due chiavi incrociate: rappresentano San Pietro, primo Papa, e nello stemma sottostante ci sono le inconfondibili palle della famiglia Medici.
Un Papa, dunque, e un Medici: è Pio IV, salito al soglio pontificio nel 1563 e deciso più che mai ad affermare il suo potere su Bologna.

Svoltato l’angolo, troviamo un albero su sei collinette: è lo stemma di Pier Donato Cesi, vice legato papale nominato proprio da Pio IV, una delle figure più importanti, ma anche meno conosciute, nella storia della città.

Bologna era stata annessa allo Stato Pontificio fin dal 1506, ma i Bolognesi continuavano a comportarsi come se nulla fosse cambiato, e dopo quasi 60 anni vivevano nell’anarchia più completa. C’è da dire che anche a Roma la situazione era abbastanza tesa, da quando Martin Lutero aveva dato inizio alla Riforma Protestante e la Chiesa si era vista crollare il terreno – e il consenso – sotto i piedi.

Sia Pio IV che Pier Donato Cesi, infatti, venivano dopo due terribili Carafa. Il predecessore di Pio IV era stato Paolo IV Carafa, ferocissimo inquisitore e odiato da tutti i romani (una famosa “pasquinata” lo accusava di bruciare gli eretici in Vaticano con l’unico scopo di scaldarsi durante l’inverno), mentre prima di Cesi, a Bologna, il legato papale era il cardinale Carlo Carafa, nipote del papa, da poco imprigionato per ogni sorta di furto e di violenza, dopo uno scandalo di dimensioni colossali.

Pio IV in una moneta d'epoca

Cesi e Pio IV avevano quindi bisogno di gesti eclatanti per riprendere in mano le redini dello Stato e della città. Poiché non c’era speranza di farsi ascoltare con la semplice promulgazione di leggi – nessuno le rispettava più – decisero di combattere la loro guerra con i simboli. A Bologna ne idearono principalmente due, ma talmente potenti da cambiare per sempre il volto della città.

Il primo simbolo è il Palazzo dell’Archiginnasio, la sede dell’Università. Lo costruirono in fondo al portico del Pavaglione, alla destra di San Petronio, con l’obiettivo preciso di fermare la costruzione del transetto della chiesa. San Petronio infatti aveva la particolarità di essere la chiesa più frequentata e amata dai bolognesi, pur senza essere la cattedrale. I cittadini stessi, e non un Vescovo o un Papa, avevano voluto e costruito la chiesa a partire dal 1390. Per questo i lavori di costruzione da più di 200 anni non arrivavano a una fine: le sorti alterne della città avevano impedito ai bolognesi di avere i mezzi e la stabilità utili a completare i lavori.

Ma proprio negli anni di cui stiamo parlando era tornato alla luce un progetto di allargamento che, se portato a termine, l’avrebbe potuta far diventare più grande di San Pietro a Roma (sì, è accaduto davvero…). C’era bisogno di un atto forte e definitivo da parte della Chiesa per impedirlo, e cosa c’era di meglio di costruire un altro edificio al posto del transetto? Ma ci voleva qualcosa di importante… nessuno avrebbe potuto dire no a un’Università proprio a Bologna, che vantava il primato di Università più antica del mondo occidentale.

E così si verificò il curioso caso in cui un cardinale, Pier Donato Cesi, fece costruire un’Università, edificio quanto mai laico, per fermare i lavori di costruzione di una chiesa.
Il messaggio era doppio ed era chiaro: “Le chiese sono affare della Chiesa, e non del popolo. Ma anche l’Università, ora, è affare della Chiesa”.

Il secondo simbolo è proprio il Nettuno, che altro non era che la rappresentazione del Papa stesso.
Proprio così, anche se nel guardarlo, così aitante e… ignudo, a tutto ci viene da pensare fuori che a un Papa.

Pio IV voleva immedesimarsi in quella figura di dio imponente e severo, che con il gesto della mano sinistra calma le acque sotto di lui (ovvero doma il ribelle popolo bolognese) e porta alla città una cosa di cui aveva estremamente bisogno: l’acqua. Il significato era: “Io sono il Papa, sono il più grande di tutti, e se avete finalmente l’acqua è per merito mio”.

Putti, delfini, Nereidi e nudità

A proposito di acqua, è ora di parlare dei quattro putti che giocano con degli strani animali con la coda di pesce e la testa di cane che in realtà dovrebbero essere delfini (evidentemente non avevano molta familiarità con i delfini veri, al tempo).
Rappresentano i quattro grandi fiumi del mondo: Gange, Nilo, Danubio, Rio delle Amazzoni, ognuno dei quali scorre in un diverso continente: Asia, Africa, Europa ed America. Uscendo di metafora, i putti-fiumi sono lì a significare che le mire del Papa non si limitavano né a Bologna né ai confini dello Stato Pontificio: stava affermando il suo potere su tutto il mondo conosciuto.

Più in basso le sirene, che sono in realtà Nereidi, ninfe dell’acqua, sono anche le ignare protagoniste di un’altra storia che riguarda l’ultimo dei quattro stemmi, quello di fronte all’entrata di Sala Borsa.

Nereidi fontana_del_nettuno_bologna

Lo stemma appartiene a Carlo Borromeo, famosissimo e importante cardinale vissuto a Milano, che ebbe un legame con Bologna anche se pochi lo sanno. Nemmeno lui ci aveva mai fatto troppo caso, poiché nonostante fosse ufficialmente il legato papale non trascorse a Bologna più che tre giorni in tutta la sua vita, tornando in fretta a Milano e lasciando, in sostanza, tutto il lavoro nelle mani del suo vice Pier Donato Cesi.

Si “ricordò” di Bologna soltanto dopo la sua morte, quando proprio questa Fontana gli diede qualche problema con il processo di santificazione. Il che è ancora più sorprendente se pensiamo che Carlo Borromeo era considerato un santo mentre ancora era in vita. Vedete quell’oggetto sul suo stemma, vicino – di nuovo – alle palle dei Medici, di cui era nipote? È un morso di cavallo, rappresenta la forza e la temperanza, ma ricorda anche un morso miracoloso conservato nel Duomo di Milano. Secondo la leggenda, S.Elena, madre di Costantino, fece un viaggio in Terra Santa e trovò i chiodi della Croce di Cristo. Uno di questi chiodi andò perso in una tremenda tempesta durante il viaggio di ritorno, l’altro fu fuso e divenne, appunto, un morso, fu portato in S.Ambrogio e conservato a Milano. Durante una delle tante epidemie di peste, Carlo Borromeo portò questo morso in processione e la malattia – pare – si placò.

Non si tardò molto, quindi, dopo la sua morte, ad avviare il processo di santificazione. Come in ogni processo c’era una parte a favore, che nel caso del già quasi santo Borromeo aveva gioco molto facile, e c’era anche una parte avversa, il cosiddetto avvocato del diavolo, che portava sul piatto ciò che ostava alla santificazione. Per Borromeo fu portato proprio il caso di Bologna e del Nettuno. Pare infatti che molte signore avessero rivelato ai loro confessori di sentirsi particolarmente turbate nell’attraversare Piazza del Nettuno, a causa delle allusioni sessuali per niente nascoste nelle statue. In effetti, le Nereidi sono in posizione decisamente poco casta, e anche il Nettuno, così nudo, non lascia niente all’immaginazione.

Ma come era successo? Perché un Papa e un cardinale in odore di santità avevano permesso un’opera così esplicitamente conturbante?

La realtà è che al tempo in cui fu realizzata la statua, nel 1564, la nudità non era affatto un problema, nemmeno quando veniva mostrata in opere commissionate dalla Chiesa. Michelangelo aveva riempito l’intera Cappella Sistina di ignudi. Divenne un problema proprio a partire dal 1564, anno in cui fu iniziata la statua e in cui terminò il Concilio di Trento. In risposta alle accuse di eccessivo lassismo mosse dai fautori della Riforma Protestante, tutta la Chiesa divenne più rigida e inflessibile. Elaborarono un’enorme quantità di regole, chiamate “decreti conciliari” da cui non era permesso di discostarsi. Alcune di queste regole riguardavano anche l’arte e gli artisti, e teorizzavano per la prima volta il concetto di decorum, ovvero di ciò che era degno o no di apparire in una Chiesa. 

Fu in quel clima che i cardinali decisero di coprire tutte le nudità delle figure nella Cappella Sistina, affidando a Daniele da Volterra l’ingrato compito di dipingere migliaia di improbabili veli svolazzanti che gli fecero guadagnare il soprannome di “Braghettone”. Per fortuna Michelangelo aveva appena lasciato questo mondo, sempre nell’anno cruciale 1564, e non dovette assistere a quella operazione.

(Si pensò anche di coprire il Nettuno con una foglia di fico, ma il progetto naufragò immediatamente: i bolognesi non amano i cambiamenti…)

Il Nettuno, progettato interamente entro il 1564, anche se concretamente realizzato solo due anni più tardi, si inserì in una sorta di “bolla” del sistema poiché era stato disegnato e approvato subito prima dell’entrata in vigore ufficiale dei decreti conciliari, ma realizzato in clima già controriformato. Possiamo dire in conclusione che il Nettuno fu una delle ultime espressioni “libere” dell’arte, prima che la Chiesa stessa si auto-censurasse.

Lo scultore (o meglio: gli scultori)

Eccoci finalmente arrivati al grande protagonista: la statua del Nettuno. 

Chi è l’artista che lo ha scolpito? Facile, il Giambologna, ce lo insegnano fin da quando siamo bambini.
Ciò che non ci insegnano è che in realtà gli artisti furono due, uno svolse gran parte del lavoro, l’altro prese tutta la gloria.

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L’artista “sfortunato” in questo caso si chiama Tommaso Laureti, palermitano ma formatosi tra le mille fontane di Roma: per questa impresa bolognese si occupò più o meno di tutto. Era ingegnere, idraulico, architetto, scultore e anche pittore: una specie di Leonardo da Vinci dei portici. Quando Cesi seppe dell’esistenza di un artista così poliedrico fu ben contento di affidargli l’intera commissione.

Si occupò primariamente della questione idraulica, compiendo l’impresa straordinaria di creare una sorta di fonte indotta, la Conserva di Valverde, sui colli appena fuori la città, per fornire finalmente a Bologna tutta l’acqua di cui aveva bisogno. Progettò il sistema idraulico sotterraneo, l’architettura del basamento della fontana, le sculture della parte bassa, ma quando arrivò alla statua del Nettuno non riuscì in nessun modo a compiacere i gusti del Papa.

Così, stremato dal lavoro e dai tentativi, fu lui stesso a proporre di chiamare Giambologna, giovane scultore rampante e artista di corte dei Medici, il quale aveva appena disegnato un Nettuno per il concorso per la fontana di Piazza della Signoria a Firenze, vinto poi dal fiorentinissimo Bartolomeo Ammannati.

Giambologna si chiamava in realtà Jean de Boulogne ed era originario del Belgio. Era venuto in Italia con l’obiettivo di diventare allievo di Michelangelo, ma quest’ultimo era tutt’altro che socievole e si erano scambiati sì e no quattro parole. Jean si era fermato comunque a Firenze dove aveva conquistato la fiducia dei Medici e stava iniziando una brillante carriera che lo consacrò come uno degli scultori più importanti del suo tempo. Questa era la sua prima commissione pubblica.

Il progetto di Giambologna, a differenza di quello di Laureti, piacque subito al Papa: la differenza era semplice ma sostanziale. Mentre Laureti si era focalizzato su un’immagine di potenza, creando un personaggio ben saldo su entrambe le gambe come un antico imperatore bizantino, Giambologna aveva ingentilito la figura e si era inventato quella che io chiamo la “mossetta della gamba”. Aveva piegato leggermente la gamba destra del Nettuno, dando così all’intera figura un movimento a spirale. Cade così ogni punto di riferimento, la figura non ha un davanti né un dietro ed è avvolta come in un vortice di dinamismo: caratteristica utilissima in una fontana di piazza che va, di fatto, vista da ogni lato. Il progetto fu accettato immediatamente.

Giambologna - bozzetto del Nettuno conservato al Museo Civico Medievale di Bologna
Giambologna – bozzetto del Nettuno conservato al Museo Civico Medievale di Bologna

Nemmeno il Nettuno di Giambologna però fu esente da correzioni. Se la storia delle dimensioni del membro che il Papa avrebbe costretto pudicamente a ridurre non è probabilmente più che una leggenda, è vero anche che lo scultore aveva pensato in origine a una statua ancora più serpentinata, e quindi ancora meno solenne e molto più audace. Pio IV stesso chiese di limitare il dinamismo in favore di una posizione più possente e stabile. Fu forse in quel momento che Giambologna ideò la particolare prospettiva della “pietra della vergogna”, per prendere un po’ in giro il pontefice senza che lui se ne rendesse del tutto conto.

Curiosità e Restauri

Lo si vede tutti i giorni, ma raramente ci si fa caso: il tritone del Nettuno è lo stesso che compare nel logo delle automobili Maserati. Alfieri, Ettore e Ernesto, i tre fratelli Maserati, erano tutti ingegneri meccanici ed era chiaro quale fosse il loro ruolo nell’azienda di famiglia appena fondata. Il quarto fratello, Mario, era un artista e il giorno che si presentò da Alfieri con l’intenzione di partecipare al progetto questi non nascose la sua preoccupazione. Gli affidò allora la creazione del simbolo, e poiché Mario era molto affezionato alla sua città, venne proprio in Piazza a cercare l’ispirazione: la trovò nel tritone del Nettuno, che riprodusse esattamente. 

I bolognesi viaggiatori saranno contenti, perché ci sono tre copie del Nettuno sparse per il mondo: una è a Bruxelles, voluta dal re del Belgio Leopoldo II, la seconda è a Batumi in Georgia sul Mar Nero, tutta coperta d’oro, e la terza è in California sulla Route 66.

Questo è il primo restauro del Nettuno eseguito in loco, e ha, tra gli altri, un obiettivo ambizioso: riportare in funzione tutti e 34 gli zampilli d’acqua originali, che non hanno mai funzionato, neanche il giorno dell’inaugurazione.
Tommaso Laureti, infatti, palermitano e di formazione romana, aveva sottovalutato un problema che invece è mestamente noto a tutti i bolognesi: il calcare. 
L’acqua di Bologna è infatti estremamente dura, e il grandioso progetto di giochi d’acqua di Laureti non aveva mai visto la luce… fino ad ora.

coccole al nettuno


Il Nettuno riprenderà a zampillare il 22 dicembre: ecco l’evento con tutte le info.

Da poco più di un mese sono aperte le visite alla Conserva di Valverde, conosciuta come Bagni di Mario, costruita per portare l’acqua alla Fontana del Nettuno: qui il link per iscriversi. Mi trovi là tutte le domeniche!

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